24 ottobre, 2017

Virtus, ciao Amato, leggenda silenziosa

Virtus, ciao Amato, leggenda silenziosa

La Virtus dice addio ad Amato Andalò, per oltre un quarto di secolo custode e anima del palazzo dei canestri. Al PalaDozza prima, poi a Casalecchio, aveva visto passare tutti gli uomini della nostra pallacanestro, e per tutti era stato un papà, dall’apparenza a volte burbera e infinitamente generoso. Amato, all’età di ottantotto anni, ha raggiunto Liviana, moglie e compagna di una vita, scomparsa appena tre mesi fa.
Virtus Pallacanestro e Fondazione Virtus si stringono ai figli Emma, Luciano, Francesco e Roberto, nel ricordo di un grande uomo.

Chiavi in tasca, custode di un mito
Nelle sue tasche c’erano le chiavi del palazzo. Del PalaDozza, quando ancora non si chiamava così e lo definivano, semplicemente e a ragione, il “piccolo Madison”. E le tasche erano quelle del grembiule nero, che gli davano quell’aspetto austero sotto cui batteva un cuore pieno di passione, generoso, unico. Per la pallacanestro, per il suo mestiere, per quel piccolo mondo antico che l’avvocato Porelli gli aveva affidato, e che lui custodiva con cura, e coltivava, e aiutava a crescere.
Amato era molto più che “il custode del palazzo”. Se quello era il piccolo, grande regno di una città avviata a diventare BasketCity, lui ne era il re silenzioso e pieno di premure. Li aveva visti passare tutti, campioni e non. Erano i suoi ragazzi. Aveva una passione per la Virtus, ma non la confessò se non nel momento del “buen retiro” a Mongardino, perché aveva saputo farsi voler bene, si era guadagnato rispetto e amicizia, anche sull’altra sponda, tra la gente dell’Aquila. Così deve essere, tra chi vive di sport. E l’amicizia e il rispetto, quelli veri, sono tesori preziosi. Amato lo sapeva, per tutta la vita se li era tenuti stretti.
Aveva inventato la serata magica, nel regno di piazza Azzarita. Illuminandolo a giorno in quella notte incantata, mentre la metà bianconera del tifo bolognese aspettava i reduci da Milano che stavano tornando a casa tenendo stretta in pugno la Stella, dopo aver conquistato in fondo a una serie imprevedibile ed irripetibile lo scudetto numero dieci nella storia virtussina. L’Avvocato era con la squadra, naturalmente, e la responsabilità di accendere tutte le luci del palazzo se la prese lui, Amato, piccolo sovrano taciturno che seppe fare la cosa giusta al momento giusto. Illuminò la storia, e nessuno, poi, se lo sarebbe mai più dimenticato.
Da piazza Azzarita emigrò anni dopo a Casalecchio, un mondo nuovo dove fece in tempo a testimoniare gli anni felici, l’età dell’oro di una Bologna che si era messa in testa di diventare regina d’Europa, ancora più che d’Italia. Sempre tenendo a mente quei tempi eroici da cui tutto era iniziato. Mai dimenticando la guida dell’Avvocato, che quando occorreva gli chiedeva un parere, perché Amato negli anni si era guadagnato questo lusso di pochi: poter dire la sua, quasi sempre con poche parole, perché gli bastavano a definire la situazione mettendola nero su bianco.
Ha visto il grande basket e la grande musica, in piazza Azzarita. Ci passarono i Rolling Stones, gli Who, Miles Davis, Jimi Hendrix, Elton John. Ha visto i campioni di tanti sport che quella bomboniera la sceglievano per le loro esibizioni speciali. E lui, Amato, teneva in tasca le chiavi. E quando le leggende se ne andavano, spegneva le luci e chiudeva le porte. Mito tra i miti, per sempre.

di Marco Tarozzi (www.virtus.it)

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