22 Maggio, 2019

Virtus Bologna, Top & Flop della stagione

Virtus Bologna, Top & Flop della stagione
Photo Credit To Massimo Ceretti / Ciamillo-Castoria / Virtus Pallacanestro Bologna

Il resoconto della Virtus Segafredo Bologna in una stagione vissuta di alcuni “alti” (culminata con la vittoria della Basketball Champions League) e un po’ troppi “bassi” (leggi voce esclusione playoff) nella rubrica consueta di Luca Cocchi per le “pagelle” di fine stagione.

TOP

  1. Vittoria BCL

    Non importata girarci tanto attorno, la stagione Virtus volge al positivo per il successo europeo. Non sarà la coppa principale, e nemmeno la seconda, ma rimane un trofeo internazionale colto in un evento che ha colpito anche i non addetti ai lavori. Per una volta in stagione le V nere hanno dato continuità ad un colpo secco, dominando 80’ su 80’, sempre davanti, svellendo i tedeschi del Bamberg (sulla carta dotati del maggior talento tra le 4 giunte all’atto conclusivo) ed in finale i coriacei isolani di Tenerife. Mancano i playoff, ma una coppa è per sempre, 5° trofeo europeo a 10 anni dall’ultimo. Feste, controfeste e celerazioni hanno fatto della Virtus il baluardo del movimento cestistico italiano, che col successo di Sassari nella 4° coppa continentale nasconde i tanti mali che si ritrova a dover risolvere.

  2. Affiatamento U.S.A.

    Nei successi e nelle sventure il gruppo è sempre stato unito, pronto a sostenersi ed aiutarsi pure al momento del turnover segno che le qualità umane non erano indifferenti. Più volte si è assistito a gruppi che si andavano sfaldando con l’arrivo dei problemi, qui non è stato così, poco importano i passaporti, USA, Francia, Serbia ma mettiamoci pure il gruppo italiano, quando le fondamenta stavano cedendo tutti si sono cementati, e per un gruppo U.S.A. non è sempre così, anche quando i pagamenti sono puntuali. Risorti al momento giusto, con tutti contro, ma tutti assieme.

  3. Aleksandar Đorđević

    Giunto a Bologna in una tragica data, presentato in concomitanza dei funerali del presidente Alberto Bucci, parla di titoli e vittorie. Sembra un extraterreste, ma la stagione europea ha forte i suoi connotati di difesa indomita e di spunti offensivi che non avranno sempre costanza ma ci sono e su quelli si può iniziare a sognare. Ha il carisma per parcheggiare quando non ritenuto utile un monumento come Mario Chalmers, traendone frutti preziosi nel momento più tosto mentalmente, un grande play sa a chi affidarsi in quei momenti, e anche pure utilizzando col contagocce in quei momenti SuperMario era in campo con tutta la fiducia del suo coach.

  4. Energia di Kelvin Martin

    Non è uomo da statistiche, le sue assenze per malanni fisici però si avverto eccome, ma quello che emerge è la sua energia contagiosa per tutto il gruppo. Quando si gasa diviene un fattore, toglie dal gioco il pariruolo avversario e regala contrattacchi esaltati per i compagni. Anche Đorđević dichiara che questa squadra senza di lui non può farcela. Davanti scende e di molto dalla resa cremonese, ma qui i violini chiamati a fare attacco erano altri e lui doveva prendere gli scarti dei compagni o forzare quando si trovava un pallone sporco per le mani. Se un’ala che fatica ad arrivare al 30% da 3 sia utile per una squadra di medio livello è difficile da credere, per assurdo quasi più decisivo se il livello sale perché chiamato a fare solo lo specialista, dove emerge al massimo dell’energia.

  5. Kevin Punter

    La Virtus inizia e finisce col suo bomber designato. Dal 9/9 di Trieste al titolo di MVP ad Anversa ci stanno tanti saliscendi, come 1/9 con Pistoia seguito dalla notte filmata in discoteca a Milano. Ma è l’unico capace di crearsi un tiro in qualsiasi situazione, più portato per cesti al alto quoziente di difficoltà che tiri piedi a terra, croce e delizia di un attacco che ad inizio anno pareva debordante per terminare con qualche difficoltà di troppo. Ma la coppa alzata ad Anversa porta il suo indelebile nome, come giocatore potrà essere dimenticato e non rimpianto, il trofeo che salva la stagione e porta la Virtus ovunque ha il suo massimo contributo.


FLOP

  1. Rimbalzi

    Il buco nero della formazione, con 3 centri per non farne uno atletico capace di dominare le plance. Certo, l’infortunio di Qvale in prestagione condiziona il gioco, però va detto come l’ex Kuban non era certo l’uomo di forza a proteggere il ferro, ma anche per una scelta di ali forti con propensione da esterno si è sempre pagato dazio, in alcuni casi subendo l’inverosimile, fino ad oltre 20 rimbalzi in meno a partita. Per quanto il basket si stia spostando sempre più verso gli esterni, i rimbalzi fanno ancora la differenza, e nell’annata l’abbiamo visto eccome.

  2. Esclusione dai playoff

    Se la vittoria della coppa ha chiuso la stagione tra feste e sorrisi, sportivamente non arrivare ai playoff è pesante. La squadra aveva quell’obiettivo prioritario, poi la buona partenza in BCL ha virato su altri lidi, ma pensare di non stare tra le prime 8 al termine della stagione regolare, dopo essere giunti nelle 4 in Coppa Italia difficilmente si giustifica. La Virtus non partecipa ai playoff di A1 dal 2014/2015, eliminata 3-0 da Milano, e non passa un solo turno dall’anno della finale scudetto, 2006/2007 (3-2 con Biella, 3-1 con Milano), la squadra era stata costruita per questo e l’esclusione ha l’amaro in bocca, tanto che pure il passaggio del turno in Coppa Italia contro la favoritissima Milano è scivolato via in un battito di ciglia.

  3. Tiri Liberi

    Guadagnarsi punti facile è un bene supremo in questo sport, soprattutto quando l’attacco fatica. La Virtus ai liberi ha faticato per tutta la stagione, chiudendo con medie meste di poco sopra il 70% sia in campionato sia in coppa, nonostante Punter in entrambe le competizioni abbai tirato tra i primi della classe. Che i lunghi non siano sempre cecchini infallibili ci può stare (ma il 36% di Qvale grida vendetta, ed anche il 58% di Moreira non aiuta), meno che il tiro ad una mano di Kravic abbia medie quasi simili a quelle di Tony Taylor, o che un infallibile come Aradori in campionato scenda al 74%. Tensione e nervosismo di una stagione non facile hanno sicuramente tolto certezze ad un fondamentale che deve essere una garanzia, non un problema.

  4. Attacco alla zona

    Nelle occasioni in cui gli avversari hanno proposta questa difesa, troppe volte l’attacco è andato in bambola anche quando il vantaggio garantiva serenità. Se in avvio di stagione per dichiarazione del coach esistevano ancora difficoltà nell’interpretare la situazione poiché si è studiato quel gioco in un secondo tempo, poco è cambiato nel corso dell’anno. Fortuna che raramente si è vista questa difesa da attaccare, e nonostante più volte abbia sortito buone cose per chi l’ha presentata, nessuno ne ha mai abusato, come che una contromossa sarebbe uscita, opzione però non sempre vista in campo. Pure la banda di tiratori è stata molto più brava a trovarsi tiri in autonomia che piedi a terra contro difese battute, una questione mentale.

  5. Difesa su lunghi “bonsai”

    Altro male subito in stagione, quello di non trovare contromosse contro lunghi non di stazza, ma capaci di partire da lontano o farsi spazio con mobilità anziché con sola forza fisica. L’elenco è lungo, Brown, Krubally, Polonara, Tsarelis, Udanoh, Jerai Grant, tutta gente che ha pasteggiato nei vari confronti con le V nere. Se può starci subire da un Gudaitis o da un Cooley, meno da questi altri perché le armi per ferirli ci sarebbero, invece si è finito troppe volte per subirli senza contrattaccare. E proprio contro le squadre di questi lunghi si son persi punti in alcuni casi decisivi in campionato che hanno portato l’esclusione dai playoff. Va bene citare la bomba di tabella di Vitali, ma le sconfitte casalinghe a fila con Pistoia e Brindisi in quel male trovano l’affondo decisivo per fermare anzitempo la stagione.

 


Alberto Bucci

Come non citare colui che fino alla fine è stato legato alla squadra, ha cercato di tenere sullo stesso piano giocatori, tecnici e proprietà per un bene comune che ha portato un trofeo internazionale anche in una stagione a lungo travagliata. Quasi come si fosse sacrificato per un bene superiore che sentiva come missione assoluta, non a caso nel dì di festa i tifosi hanno dedicata la coreografica finale a lui. Presidente vincente, ma soprattutto presente, sempre.


A cura di Luca Cocchi

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